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Intervista a John Monteleone

Grande maestro liutaio, a Pieve per un workshop
Intervista a John Monteleone

(in foto: John Monteleone, secondo da destra in prima fila, con i suoi allievi. Con loro anche, al centro, il sindaco di Pieve di Cento Sergio Maccagnani - foto di Giulia Cavicchi).

A Pieve per un workshop presso la Scuola di Liuteria di Porta Ferrara, il grande maestro liutaio americano John Monteleone ha risposto ad alcune notre domande...

Le va di raccontarci gli inizi? Quando e come è iniziata la sua carriera liutaia, e perché…

- È una lunga storia. Ho iniziato a studiare musica che ero un bambino, avevo 7 anni e il mio strumento era il piano. Ma ero un bambino curioso e l’idea di scoprire i suoni e di capire in che modo essi si producessero mi spingeva a sperimentare, a provare cose diverse, a desiderare anche di potermelo fare da me, uno strumento... e ho pensato che la chitarra poteva fare al caso mio. Mi sono avvicinato alla chitarra all’età di 12, 13 anni. Ne ho costruita una, e subito mi è venuta voglia di farne un’altra, e poi un’altra e un’altra ancora. Ho imparato da me, osservando com’erano fatte le chitarre e i mandolini più belli. Come artigiano sono un autodidatta anche se poi, naturalmente, ho studiato musica a livello universitario. Sono diventato insegnante di musica ma al tempo stesso (come insegnante non c’era molto lavoro), ho proseguito a costruire strumenti, a restaurarli, ad aggiustarli. All’epoca c’era, parlo degli anni ’70, una grande richiesta di strumenti acustici e io ho avviato proprio allora questa mia attività di vendita, collezione e riparazione di liuti: chitarre, archtop e mandolini principalmente. La richiesta veniva soprattutto dal mondo del bluegrass e del blues, e io mi sono venuto via via specializzando per quel mercato.

E oggi? Com’è il mercato mondiale del liuto?

È buono. La crisi l’ha attaccato, certo, e negli ultimi otto anni ha sofferto, ma mi sembra che ci sia una ripresa, almeno negli Stati Uniti. Di certo è un mercato più competitivo che nel passato, perché la gente è più attenta a come spende il proprio denaro. Ignoro la situazione in Europa, e d’altronde il mio punto di osservazione è limitato perché io posseggo una bottega artigiana, lavoro da solo, e non ho il polso della situazione globale, ma l’impressione è che si lavori, e che si lavori bene in America come anche in Europa. D’altronde vengo proprio ora dalla 17a edizione dell’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana. La Cina impara in fretta, ma è ancora a un primo livello: quello della riproduzione. È cioè in grado di produrre strumenti magnifici, ma solo copiandoli. Una grande chitarra, però, non può mai essere uguale a un’altra. I musicisti che vengono da me vogliono uno strumento che rispecchi la loro anima. Lo strumento è una parte di loro, un’estensione del loro corpo.

Che gliene pare della Scuola di Liuteria di Pieve?

La conoscevo già. Sono stato qui quattordici anni fa, era il 2000. L’occasione è stata il centenario della nascita del centese Mario Maccaferri. Pieve all’epoca organizzò delle celebrazioni per ricordarlo e io, suo vecchio amico, sono venuto. Ho partecipato alle celebrazioni e ho tenuto un workshop di american style. Una bella esperienza. La gente all’epoca era molto interessata all’american style, che è molto diverso da quello europeo. Da noi la tradizione liutaia è legata soprattutto al blues e al bluegrass, dunque a una musica che ha raggiunto il suo clou negli anni ’30 del secolo scorso. Lo stile europeo è diverso, è un artigianato che si lega alla tradizione antica. Allora come oggi parteciparono al mio workshop non solo liutai professionisti, o aspiranti tali, ma anche semplici appassionati. Persone che volevano provare a costruire uno strumento per il gusto, il piacere e la soddisfazione di farlo. Però ben due delle persone che all’epoca parteciparono al mio seminario sono oggi dei liutai professionisti. Lavorano entrambi in Italia e sono molto bravi. Chissà che non capiti lo stesso ora…

E Maccaferri? Come l’ha conosciuto?

È stata una cosa buffa. Sapevo di lui attraverso Django Reinhardt e avrei tanto voluto incontrarlo personalmente, conoscerlo. Fu straordinariamente semplice: era, in pratica, un mio vicino di casa, tanto che m’è bastato aprire l’elenco telefonico e chiamarlo. Si è dimostrato disponibilissimo da subito, tanto che un giorno mi ha mostrato il disegno di una chitarra che avrebbe voluto fare. Avrebbe potuto farla lui stesso naturalmente ma mi ha chiesto se volevo provare io. Ho accettato, e da lì  il nostro rapporto si è trasformato in un’autentica amicizia.

E di Pieve, cosa ci dice?

Pieve mi piace per la sua bellazza semplice, essenziale. La gente è gentile, accogliente, e la sua gastronomia, poi, del tutto speciale. E' bello essere essere qui, è un peccato che la permanenza sia tanto breve e che già domani debba tornare in America.

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