La canapa

 Porta AsìaPorta Asìa è la sede del Museo della Canapa e svolge la funzione di contenitore di “cimeli” che ne documentano la lavorazione.

BREVE STORIA DELLA CANAPA E DEI SUOI EFFETTI NELLO SVILUPPO ECONOMICO LOCALE

Nel centopievese, già alla fine del quattrocento, la canapa aveva trovato il terreno ideale per la sua coltivazione essendo questa zona dotata di una terra umida ma non troppo e leggermente sabbiosa.

Già nel secolo XV i mercanti di canapa, sfruttando le numerose vie d’acqua interne, raggiungevano la Repubblica della Serenissima e vendevano (anche direttamente al governo) la canapa grezza per l’Arsenale di questa ingentissima potenza navale.

Circa l’acqua occorre ricordare che, dopo la metà del quattrocento, si assiste allo spostamento del corso del fiume Reno (1457-1460) che da ovest, dove scorreva fra la Givannina e Cento, passerà ad una posizione intermedia fra Cento e Pieve.

E’ difficile dire con precisione quando sia cominciata la coltura della canapa nella zona. A Cento, negli statuti del quattrocento, si parla già di canapa ma anche di lino, la cui coltivazione fu abbandonata, secondo il Malvasia, a totale favore di quella della canapa in quanto il lino depauperava troppo il terreno.

E’ comunque nel cinquecento che si diffonde massicciamente questa coltura e verso la metà del settecento la coltivazione ricopriva ormai il 50% dei terreni.

I migliori produttori di canapa erano quelli dei tenimenti della Partecipanza e questo per il semplice motivo che essi erano quasi sempre costretti, per mancanza di mezzi, alla coltivazione manuale senza animali. Vangavano e rivangavano concimando principalmente con i liquami da “pozzo nero” raccolti in centri urbani o autoprodotti. E’ ipotizzato che avvenisse anche una concimazione a mezzo di “colombina” e “pollina” (escrementi di colombi e galline).

Anche l’attività della seta, seppure non paragonabile a quella della canapa, influenzò il paesaggio agrario in quanto si moltiplicavano le piantagioni di alberi di gelso le cui foglie servivano ad alimentare i bachi.

A Pieve questa attività è spesso mista con quella della canapa.

Eserciva a Pieve un suo stabilimento la ditta PADOA appartenete alla facoltosa famiglia omonima di ebrei centesi.

La vendita della canapa prodotta passava attraverso i grandi commercianti che non ci devono però far dimenticare l’attività svolta dai numerosi piccoli mediatori o “mercantini” che battevano le campagne, vero tessuto connettivo commerciale dell’organizzazione della produzione e lavorazione.

 

LA NASCITA DELLA PROTOINDUSTRIA

Non siamo in grado di sapere quando cominciasse nelle nostre zone una produzione di telerie e coraggi che rappresentano i prodotti finiti, ossia manufatti da un punto di vista industriale.

Verso la metà del settecento le teleria prodotte, secondo stime autorevoli, oltrepassavano le quantità necessarie all’autoconsumo.

Sul finire del settecento il medico pievese Agostino Melloni, migliorando il famoso telaio francese “Jacquard” impiantò una grande industria di manufatti serici a Bologna e continuò la sua attività fino alla metà dell’ottocento.

Nel 1809 le statistiche della Camera di Commercio registrano, nel dipartimento del Reno, dodicimila persone addette al settore canapiero fra cui:1000 uomini addetti alla graffiatura della canapa, 3500 uomini e donne, più di 500 ragazzi impiegati per cordaggi e tele, e 1500 persone, in maggioranza uomini, attivi nelle manifatture.

Intorno alla metà dell’ottocento nasce una diffusa attività di tipo “protoindistriale” che raggiunge le punte massime a Casumaro e a Pieve di Cento.

Molte centinaia di persone sono impiegate nelle attività tessili degli “industrianti”, una sorta di raccoglitori capi-gruppo, ovvero il tramite fra il lavorante a domicilio e il grande commerciante-imprenditore-finanziere.

Esistevano anche diverse “cucitrici” oltre a tintorie che integravano la produzione del settore tingendo in prevalenza tela di canapa di colore azzurro. Era questo il colore del “rigatino” degli indumenti di canapa usati come abiti da lavoro.Numerose erano le lavandaie e questo fa sospettare un completo ciclo di lavorazione.

Con la metà dell’ottocento inizia una lunga stagione di mostre e fiere, nel 1856 a Roma parteciparono anche due ditte pievesi, Rizzoli e Gessi, entrambe premiate con medaglie d’argento.

Nel 1857, in occasione della visita a Ferrara, a Cento e a Pieve del Papa Pio IX, i ferraresi, per celebrare l’evento, allestirono una esposizione agricola-industriale dove risultarono premiati anche i pievesi Pacifico Rodondi per una “macchinetta da bozzoli” e la ditta Giovanni Rizzoli per l’alta qualità della seta.Un altro pievese partecipa all’Esposizione Universale di Torino nel 1881: è Francesco Sabbioni la cui ditta espone”corde assortite” e “tela da sacchi fioretto”. Sempre in questa occasione il fabbro pievese Davide Vezzani presenta due aratri dopo aver aderito ad altre manifestazioni a Londra nel 1862, a Firenze nel 1865, a Ferrara nel 1875: in tutte aveva ricevuto premi.

 

fibra di canapa

LA COLTIVAZIONE DELLA CANAPA

La coltivazione della canapa consisteva  delle seguenti fasi:

Semina: si effettuava entro il mese di marzo;

Taglio delle canne: avveniva a mano col falcetto fra il 15 di luglio e la prima decade di agosto;

Stesura: la canapa veniva distesa in terra per 4 –5 giorni in piccoli manipoli perché si essiccasse;

Sbattitura: dopo l’essicatura si sbatteva energicamente la canapa sul terreno fino a distaccare la maggior parte delle foglie;

Impilatura: si attuava lo stesso giorno della battitura e comportava la formazione di fasci conici, "prell", a forma di capanna indiana per consentire all’acqua in caso di pioggia di scorrere all’esterno e non penetrare all’interno;

Tiratura: Consisteva nello sbattere gli steli su una panca inclinata con una mazza di legno per far emergere tutte le vette dopo di che, gli steli venivano estratti in base alla loro lunghezza e così selezionati formavano le “mannelle”  in modo che avessero lunghezza e larghezza analoghe;

Affasciatura: consisteva nell’unire insieme due mezzi fasci di 10 mannelle l’uno, legati alle due estremità e al centro, con canapa verde ammorbidita;

Svettatura: vi si procedeva tagliando le vette con la falcetta;

Macerazione: aveva lo scopo di neutralizzare le sostanze coloranti (clorofilla e piatina)  che trattengono le fibre di canapa all’interno dello stelo legnoso, "canapulo", staccandolo da esse;

Gramatura: con questa operazione si staccava definitivamente il tiglio dalla parte legnosa della canapa.

 

I MACERI: TERRENO-ACQUE-SASSI-MACERAZIONE

macero

 

Un discorso a parte meritano i maceri sia per l’importanza che hanno rivestito nella coltivazione della canapa sia per la particolarità paesaggistica che caratterizzava il panorama delle nostre campagne. 

 

 

IL TERRENO

Il terreno adatto per la costruzione di un macero deve essere a forte composizione argillosa per una migliore tenuta dell’acqua ossia per una minore dispersione della stessa sul terreno.

Le zone di maggior diffusione dei maceratoi corrispondeva ai terreni vallivi antichi, ossia degli specchi d’acqua formativi ai margini dei fiumi dove la velocità delle acque era minore e si depositava così la leggera scaglia di argilla piuttosto che la pesante sabbia.

 

L’ACQUA

L’acqua dei maceri doveva sfiorare la sommità delle sponde.

Naturalmente rimaneva a questa altezza fino al tempo della maceratura; succedeva infatti che gran parte dell’acqua venisse asportata attraverso le "mannelle" di canapa che se ne impregnavano durante l’immersione.

Di fasci se ne calavano parecchi (3 o 4 strati) in due, tre volte di “affondamento”.

Alla fine del ciclo di maceratura, che corrispondeva alla fine d’agosto, il livello delle acque del macero era tornato a quello corrispondente alla falda acquifera della zona il cui livello era più basso dei fossi di alimentazione,  per cui l’acqua piovana e l’acqua delle precipitazioni che riceveva era pochissima e corrispondeva a quelle della sua stessa superficie. Le scoline e i fossi di drenaggio infatti non conducevano verso il macero ma dirigevano verso i condotti che portavano al condotto generale recettore. Era chiaro che l’acqua poteva entrare ma non uscire.

Dopo la macerazione le acque erano schiumose e puzzolenti per la fermentazione avvenuta ma, nei mesi successivi, durante l’inverno, si depurava naturalmente per azione animale e batterica; il problema però era rappresentato dalle grandi quantità di materiale vegetale che si distaccava dalle bacchette di canapa poste in acqua e andava a depositarsi sul fondo per cui nel giro di poco tempo la interriva e quindi, ogni due o tre anni, il maceratoio andava ripulito della melma verdastra, previa svuotatura totale dell’acqua; questa veniva scaricata nei campi e nei fossi di scolo del fondo agricolo con grande duplice beneficio per lo spurgamento di quell’ottimo concime costituito dalle sedimentazioni del fondo del macero.

I maceri non erano mai svuotati prima della fine di ottobre e cioè ad acque ormai neutralizzate da tutti i componenti emananti cattivo odore.

 

I SASSI

I sassi di fiume usati per la macerazione, servivano per tenere affondate sott’acqua, di una decina di centimetri, le zattere colme di canapa.

Questi sassi detti di “zavorra”, arrivarono nelle nostre zone non prima della metà dell’Ottocento, da una località a sud di Castelfranco Emilia trasportati da lunghe file di "birocci" a due ruote trainati da cavalli.

Prima di allora venivano utilizzati mattoni di argilla cotti al sole, questi però scurivano l’acqua e di conseguenza anche la canapa che tuttavia perdeva poi il colore scuro dopo il lavaggio; pare addirittura che questa acqua conferisse migliore qualità al prodotto. Certo questi mattoni duravano poco e contribuivano ad interrire i maceratoi ma erano gli unici pesi di cui si disponesse in abbondanza prima dell’arrivo dei sassi.

Le zavorre di sassi si custodivano sui due lati del macero per non impedire le operazioni di carico e scarico della canapa da immergere.

LA MACERAZIONE

La macerazione della canapa consisteva nelle “affondate” che dovevano avvenire in agosto, principalmente per la temperatura dell’acqua ma anche per l’aria più calda. 

Ogni fascio era di circa quaranta centimetri di diametro per cui se ne poteva immergere parecchi in base anche alla profondità del macero. Erano le così dette “zattere” formate da 3 o 4 strati di canapa che venivano affondate in due o tre volte.

Lo spazio libero tra il fondo e il fascio inferiore era necessario per il galleggiamento della “macera”. Una “zattera” che poggiasse sul fondo, non solo si sporcava di melma costringendo a lavare più accuratamente i fasci una volta estratti ma diventava soprattutto ingovernabile perché più difficile e faticosa da smuovere se non galleggiante.

L’acqua sottostante la “zattera” costituiva anche la necessaria riserva per le diverse e successive “affondate”  ognuna delle quali contribuiva, al momento dell’estrazione, a far diminuire l’acqua del macero.

C’era una zona larga circa tre metri sulla riva meno profonda del macero dove uomini e donne preparavano le “zattere” con i piedi appoggiati su panchetto sott’acqua, per non affondare nella melma e faticare troppo nei movimenti; queste zattere venivano poi spostate verso la riva opposta, che era anche la più profonda, e zavorrate (coperte) con i sassi mediante una catena umana di “passamano”.

Le “zattere” disposte perpendicolarmente alla riva del lato lungo, riempivano lo spazio del macero ma venivano poi ruotate per assumere una posizione parallela alla riva del lato maggiore. Per questa manovra occorreva uno spazio libero: la cosiddetta “posta vuota” necessaria appunto per la rotazione delle zattere affondate che dopo la prima macerazione si provvedeva quotidianamente a ripescare per fermare poi una nuova zattera che andava ad occupare lo spazio lasciato libero; la posta quindi cambiava di posizione ogni giorno. Dopo il ripescaggio di una “zattera” si provvedeva al lavaggio "mannelle" e al loro successivo stendimento, per la sgocciolatura, su riva erbosa onde evitare che gli steli della canapa si sporcassero. A sgocciolatura avvenuta, le "mannelle" venivano nuovamente distese, per la completa asciugatura, sui campi circostanti preferibilmente dove c’erano stoppie che le mantenevano pulite. Per evitare che si scomponessero, le “zattere” erano legate con una unica fune tesa attraverso il lato minore del macero: erano le “funi da macero” spesso ritorte sull’aia stessa dei contadini, da cordai ambulanti.

canapa

Nei primi tempi di diffusione della coltura della canapa (1400-1500) la macerazione avveniva in qualsiasi luogo si trovasse dell’acqua, buche o fossi, ma anche nel Reno dove però la leggera corrente rendeva più lungo il ciclo di macerazione ed inoltre, la sabbia rovinava la struttura della fibra; insomma quell’acqua produceva un’azione corrosiva.